Stereotipi e pregiudizi, perché li utilizziamo?

da | 6 Nov 2020 | pregiudizi, Social Cognition, stereotipi | 0 commenti

 

Oggi ci immergiamo nella psicologia sociale.

Questa branca della psicologia, che studia il comportamento degli individui in gruppi più o meno ampi, ha dedicato molta attenzione non solo al comportamento interpersonale, mana che alla cosiddetta Cognizione Sociale (o Social Cognition). Questi studi si sono sviluppati soprattutto a partire dagli inizi degli anni ottanta, sulla scorta della rivoluzione cognitiva degli anni sessanta.

L’idea di fondo è la seguente: l’individuo si rapporta al suo ambiente fisico e sociale in funzione del modo in cui elabora le informazione che da quell’ambiente gli provengono: dunque non in funzione delle caratteristiche oggettive dell’ambiente, ma in funzione di come egli percepisce, memorizza, organizza e rappresenta quelle caratteristiche nel proprio sistema cognitivo. La Cognizione Sociale, dunque, si occupa dello studio dei processi mentali attraverso cui le persone acquisiscono informazioni dall’ambiente, le interpretano, le immagazzinano in memoria, e le recuperano da essa, al fine di comprendere sia il proprio mondo e organizzare di conseguenza i propri comportamenti.

La Social Cognition quindi fa un passo indietro rispetto ad altri approcci propri della psicologia sociale e si focalizza su un piano di studi in cui l’individuo, all’interno della rete sociale di cui fa parte, viene considerato comunque in modo individuale, scandagliando ciò che avviene “dentro” di lui e che gli permette di interagire con il resto del mondo in un certo modo.

Tutti i processi sopradescritti, connessi all’elaborazione delle informazioni, sarebbero attivati dalla necessità per il sistema cognitivo, di ottenere il massimo di efficacia con il minimo dispendio di energia. Pertanto, si procede alla semplificazione della massa delle informazioni in arrivo attraverso processi di selezione e categorizzazione. Gran parte della ricerca si è quindi dedicata, da un lato, ad esaminare la natura e il funzionamento di tali strutture di conoscenza “preventive” (schemi, categorizzazioni, stereotipi, ecc.), dall’altro a rilevare gli “errori sistematici” (bias) che derivano dall’uso di tali pre-conoscenze e strutture di semplificazione cognitiva (euristiche).

 

Tra queste ricordiamo in particolare:

Stereotipi: l’attribuzione di un numero limitato di tratti ad un insieme più ampio di elementi (macrocategoria), è un’euristica di semplificazione della realtà, che la schematizza partendo dalla scelta di caratteristiche di elezione, come quelle percettivamente più evidenti. Ad esempio: “gli zingari sono tutti ladri o delinquenti” è una generalizzazione di un attributo a un intero gruppo sociale, senza considerazione della varietà di tale attributo nell’intera popolazione. Lo stereotipo economizza la comprensione della realtà ed ha due funzioni: cognitiva (semplifica la conoscenza) e valoriale (va a rinforzare i connotati positivi che attribuiamo alla nostra identità sociale). Quando lo stereotipo si apprende sia autoalimenta tramite processi cognitivi, quali: selezione delle informazioni (vedere maggiormente quelle coerenti), attribuzione casuale di caratteristiche contrarie allo stesso, profezia che si auto-avvera (trattare un certo gruppo di individui come se fossero –qualcosa– aumenta la probabilità che loro si comportino in tale modo).

Pregiudizio: è la conseguente valutazione negativa o positiva di una categoria di persone che sono oggetto di uno stereotipo, basata su dati di fatto o conoscenza generalizzata (cioè un giudizio dato in modo frettoloso, prima di avere visione completa della situazione per cui si sta producendo quella valutazione).

L’utilità di questi processi euristici è quindi quella di risparmiare energia e tempo, permettendo un’elaborazione più funzionale delle informazioni derivanti dall’ambiente esterno,  a discapito della precisione delle conclusioni a cui spesso si arriva tramite il loro utilizzo. Tuttavia sono processi che fanno parte del nostro modo quasi automatico di processare la realtà, quindi la via non è tanto quella di non farne più uso, bensì quella di essere consapevoli degli effetti che potrebbero creare nei nostri processi di conoscenza e relazione con l’altro ed anticiparli, gestendoli.

 

Dott.ssa Francesca Turco.

Pagina Facebook: Francesca Turco – Psicologa e Mediatrice

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