L’ADHD della discordia

da | 4 Dic 2020 | Senza categoria | 0 commenti

 

Una delle etichette più controverse nell’ambito della psicologia evolutiva è quella di ADHD, accompagnata dai BES e dai DSA (tutte diagnosi riferite all’ambito delle difficoltà di apprendimento nei bambini e nei ragazzi).

È una sigla talmente diffusa che probabilmente tutti saprete cosa significa, tant’è che si è anche creato un modo di dire: “ma sei adhd si?” rivolgendosi ad una persona che non riesce a star ferma, che si agita o non si concentra.

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD) è una situazione che, secondo la nomenclatura diagnostica, può presentarsi in età evolutiva che si manifesta attraverso 3 macro elementi:

  1. attenzione: l’attenzione sostenuta (nel tempo) è deficitaria, per cui il bambino non è in grado di dirigere e fermare la sua attenzione su di un compito specifico, soprattutto quando esso appare particolarmente elaborato e richiede un intervallo temporale di applicazione protratto. Anche la capacità di programmare e organizzare il lavoro risulta notevolmente compromessa.
  2. impulsività: comportamenti che denotano uno scarso controllo, ovvero un agire senza pensare dovuti ad un’alterazione dei meccanismi cognitivi che presiedono al controllo del comportamento.
  3. iperattività. Si stima che circa il 5% dei bambini sul nostro territorio nazionale abbia il disturbo ADHD. 

Il presentarsi di queste manifestazioni in modo combinato, oltre un certo grado, fa accedere alla diagnosi di ADHD per la cui indagine esistono diversi strumenti e protocolli.

Gli psicologi scendono in campo come ruoli coinvolti a partire dal processo diagnostico, passando per la certificazione ed arrivando direttamente dentro le scuole, per la progettazione di percorsi individuali con il bimbo o di gruppo con la classe, e di sostegno alle insegnanti.

La manifestazioni di queste tre macro elementi compone in quadro di difficile gestione per chi svolge dei ruoli educativi, docenti in primis, che oltre a trovare complesso il processo di insegnamento a questi bimbi, sono chiamate mediarne la presenza in classe. Nelle situazioni in cui tali manifestazioni si protraggano anche a casa (nel 70% dei casi ciò non avviene o in modo estremamente ridotto rispetto al contesto scuola), i genitori, i nonni, i babysitter e tutti gli altri caregiver possono sperimentare frustrazione, scarso senso di autoefficacia ed un sentimento di “sfinitezza”.

La controversia in merito a questa diagnosi nasce, legittimamente, dal rischio di etichettare bimbi spesso piccoli per comportamenti connaturati nella loro stessa fase evolutiva. La questione più annosa ruota intorno all’impossibilità di ricevere sostegni in assenza della certificazione (come, per fare un parallelismo, per incominciare un percorso di transizione tra generi nel SSN è necessaria la diagnosi di disforia di genere). Quindi per poter mettere in campo le risorse necessarie a gestire delle difficoltà serve identificare la persona con una sindrome.

Non entrerò maggiormente nel merito di questo dibattito, ma approfondirò alcune strategie che si sono rivelate essere efficaci nella gestione quotidiana (quindi NON di prassi clinica) di bambini che si comportano come descritto sopra:

  • Individuare il canale comunicativo idoneo: il disegno, il movimento, la creazione di filastrocche, il modellamento della plastilina, ci sono numerosi strumenti che possono essere utilizzati per migliorare la comprensione di ciò che il bambino vive e prova, così come per farsi capire a lui e passargli dei contenuti o insegnamenti, oppure ancora per promuoverne il contatto con i compagni.
  • Utilizzare la sua vivacità il più possibile a proprio favore. Trovare delle strategie per far si che lui/lei in primis si senta utile, in classe così come a casa. Infatti una delle più diffuse false convinzioni è che i bambini siano contenti di comportarsi così ed anzi ci provino gusto, niente di meno vero. Nella maggior parte dei casi si rendono conto del disagio che provocano e questo non fa che incrementare la condotta.
  • Esplicitare degli obiettivi condivisi. Già a partire dai primi anni di vita i bambini sono capaci di riconoscere degli obiettivi e farli propri, questo (facendo utilizzo di quanto al punto uno) è uno stratagemma utile per incanalare quanto possibile tutta la loro energia. Solo però se avranno contezza della direzione entro cui incanalarla, impareranno a farne un utilizzo sempre più controllato (cosa che nella sfera lavorativa può risultare un elemento di grande vantaggio, lo sapevate che la maggior parte dei lavoratori stacanovisti sarebbero stati perfettamente etichettabili come “bambini ADHD”?).

 

Dott.ssa Francesca Turco.

Pagina Facebook: Francesca Turco – Psicologa e Mediatrice

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