ESSERE CIÒ PER CUI SI È PREDISPOSTI O ESSERE CIÒ CHE VORREMMO ESSERE?

da | 27 Mar 2020 | adattamento, Benessere, bilanci, motivazioni, obiettivi, salute, soddisfazione, strategie, successo | 0 commenti

Essere inseriti nella cultura occidentale contemporanea ci ha fatto crescere con certi valori ed ideali, è innegabile.

Uno dei più pregnanti, che dal dopoguerra è diventato quasi una colonna portante della morale stessa, è il valore della realizzazione personale.

 

Ma che cosa significa?

L’affermazione di sé è un costrutto ampio e indefinito, che può essere utilizzato in numerosissimi contesti di vita e si connette a tanti altri vissuti, come quello di autostima, di soddisfazione personale e di intenzionalità.

Può essere utile pensare attentamente ai diversi ruoli che ricopriamo nella nostra quotidianità e ragionare sulla realizzazione in relazione ad ognuno, infatti, per esempio, chi si sente affermato come genitore non è detto che si senta allo stesso modo sul lavoro.

Riconoscere quali sono i ruoli ed i contesti “suscettibili” a variazioni così importanti nella percezione di sè può servire per monitorare come ci si senta rivestendo ognuno di questi e per riconoscere dove sia necessario innescare dei cambiamenti.

Una domanda che è probabile essersi posti nella propria vita parlando di realizzazione personale è: “faccio ciò che sono portato per fare, o faccio ciò che mi piace fare”?

Bene, questa è una domanda poco utile, se non addirittura controproducente.

Seguire una propria passione e assecondare un proprio talento, non sono strade giuste o sbagliate in modo assoluto. Mi spiego meglio. Seguire quelle che ci vengono attribuite come inclinazioni (fisiche, mentali, artistiche…), non è un processo che non ha nulla a che fare con il coltivare le proprie passioni, attraverso nuove esperienze, il contatto con gli altri e con il mondo, per scoprire ciò che ci piace e ciò che vorremmo fare o essere.

Il costrutto di “talento” inoltre, spesso viene descritto come una sorta di correlato genetico, qualcosa che o si ha o non si ha. In realtà questo è limitante ed impreciso, è necessario contemplare tutte quelle potenziali capacità che una persona possiede, ma che necessitano di attenzione ed esercizio per essere riconosciute, coltivate e potenziate.

È anche possibile appassionarsi ad ambiti, attività, occupazioni che coinvolgono peculiarità che non ci si attribuisce: l’impegno richiesto per raggiungere la realizzazione di sé potrebbe essere maggiore, con risultati altrettanto positivi.

Questo che cosa ci porta a concludere? Che non esiste un binomio o una dicotomia tra talento e passione e che si rivela particolarmente importante riuscire a mediare tra queste spinte: essere portati per qualcosa è un vantaggio quando si decide di dedicarcisi con impegno, esercitando la propria inclinazione; allo stesso tempo le proprie passioni possono essere coltivate con caparbietà fino allo sviluppo delle attitudini e capacità utili: il fatto stesso di appassionarsi a qualcosa può implicare un’inclinazione personale.

 

È molto facile che le persone che ci circondano (proprio perché l’ideale dell’auto-affermazione è condiviso nella nostra cultura) ci spronino a seguire ciò che riconoscono in noi come talento, ciò che nelle interazioni sociali e nelle attività quotidiane emerge.

 

È importante non farsi limitare e considerare le proprie inclinazioni come il risultato di un sistema che coinvolge talenti e passioni: questo ci faciliterà non solo a riconoscere i propri obiettivi personali, ma anche a scegliere le strategie per raggiungerli, incrementando il senso di autoefficacia percepita e quindi favorendo la realizzazione personale.

Pagina Facebook: Francesca Turco – Psicologa e Mediatrice

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *