Dai banchi di scuola allo schermo di uno smartphone: la violenza nelle relazioni virtuali

da | 24 Nov 2019 | 5 novembre, cyberbullismo, donne, internet, prevaricazione, salute, scelte, violenza, web | 0 commenti

la violenza nelle relazioni virtuali

Quando si parla di violenza, che cosa si intende?

Che cosa si può descrivere come “azione offensiva virtuale”?

Quali sono le forme di comunicazione online o di condotta virtuale violenta che riusciresti ad elencare?

Prova a pensarci mentalmente.

È probabile che tu abbia dato delle risposte che non coincidono con le mie, con quelle di un tuo collega, o ancora con quelle di un ragazzo molto più giovane o un uomo più maturo di te. Per quale motivo?

Questo avviene perché ciò che descriviamo come “violenza” non è un qualcosa di tangibile, ma è una qualità che possiamo attribuire a certi modi di entrare in relazionale con gli altri. Essa è il risultato di una somma di elementi che portano a considerare come violenti certi atteggiamenti, gesti, discorsi o condotte. Come ad esempio:

  • il contesto socio-culturale
  • la dimensione interattiva, de visu o virtuale
  • la relazione tra gli interlocutori
  • l’intenzione di chi compie il gesto
  • l’intenzione percepita da chi lo riceve o di chi ne è testimone

Ad esempio, se due ragazzi si salutano insultandosi e se ne vanno ridendo insieme, è violenza? Magari fa parte del loro codice amicale.

Se su Facebook la foto di una ragazza viene commentata da un conoscente con espressioni di apprezzamento, essa potrebbe lusingata, imbarazzata, arrabbiata, attribuirci un significato di complimento, offesa o mancanza di rispetto.

Se un mio conoscente risponde con uno spintone ad un uomo che mi infastidisce, è violenza?

Si potrebbero fare decine di esempi.

Non esiste un confine uguale per tutti per considerare un gesto violento o meno, e questo soprattutto all’interno della dimensione digitale. Chi lo delinea? Sulla base di quali valori e credenze? La percezione della violenza nasce dai significati che gli interlocutori attribuiscono a gesti, parole, azioni sia nella piazza virtuale, ma ancor prima “dietro” lo schermo, nella propria quotidianità.

 

LE AZIONI OFFENSIVE VIRTUALI

A complicare questo panorama, il fatto che oggi le interazioni non si svolgano solo in presenza, faccia a faccia. Vorrei l’accento sulle forme di comunicazione violenta che vengono descritte come “Azioni Offensive Virtuali”.

Hate speech, prevaricazione nei commenti sotto una foto postata, esclusione da chat condivise, ricondivisione di immagini personali e revenge porn, stalking attraverso i profili social, cyberbullismo nelle sue più disparate forme. Sono tutte azioni offensive virtuali con effetti sono assolutamente reali per tutti coloro che vengono coinvolti direttamente o indirettamente.

Sempre più spesso sono soprattutto i giovanissimi a diventare protagonisti di questi episodi e a vivere le loro numerose implicazioni: svalutazione di sè, esclusione sociale e isolamento, problematiche nel rendimento scolastico, fino anche al compimento di gesti estremi. 

Ma considerando tutte queste ricadute e la capillare informazione che negli ultimi anni viene svolta nelle scuole, che cosa spinge a compiere e a perpetrare nel tempo azioni offensive virtuali? Essere partecipi, anche solo come spettatori, di questi episodi per i ragazzi può assumere un importante valore identitario. Infatti durante l’adolescenza l’identità personale è in ancora fase di sviluppo, è un’età cerniera, ed una delle strategie più potenti a disposizione per “costruire se stessi” è quella di disporre di efficaci processi di affiliazione al gruppo dei pari, che rispecchia e restituisce identità, attraverso l’approvazione o l’esclusione.

La dimensione online ha permesso di amplificare il perimetro interattivo a loro disposizione, sia geografico che temporale, favorendo la diffusione di nuove forme interattive violente anche grazie all’assenza di un feedback immediato, alla possibilità stessa di spegnere il telefono o il pc, all’anonimato, alla mancata percezione diretta degli effetti dei propri gesti.

Viene a mancare la circolarità che è propria della comunicazione faccia a faccia, creando il terreno per la costruzione di codici interattivi condivisi all’interno di un certo gruppo, di aggregazione certamente, ma anche di esclusione o prevaricazione. Così certe forme di violenza, più o meno esplicite, possono essere ritualizzate nel tempo.

 

IL CASO DEL REVENGE PORN

La condivisione e la ricondivisione di immagini (anche intime) personali o di terzi, è una delle prime questioni critiche che emergono parlando con i genitori e gli insegnanti in merito al comportamento online dei ragazzi.

Una delle derive più pericolose di questa pratica si concretizza in una forma di violenza digitale rispetto alla quale anche il legislatore (Legge 69 del 2019) si è da poco espresso: il Revenge Porn (la condivisione pubblica di immagini o video intimi senza il consenso dei protagonisti degli stessi, spesso ai danni di un ex partner).

La violenza di genere, per il genere, è una delle numerose occasioni che abbiamo per ragionare sull’idea della violenza come processo e come significato.

Se un mio amico pubblica sul suo profilo personale una foto di lui in atteggiamenti intimi con la sua ragazza, che reazione ci possiamo aspettare dal loro gruppo di amici?

Se la sua ragazza pubblicasse la medesima immagine? 

La violenza di genere ruota anch’essa intorno al valore che culturalmente viene attribuito al maschile ed al femminile, si genera a partire da un’aspettativa e da un’intenzione relazionale: non è la condivisione in sé, o la persona che la compie, sia maschio o femmina, ma il significato attribuito a questo gesto in un certo gruppo.

La ricondivisione di un’immagine altrui senza consenso è infatti un gesto che può assumere anche valori differenti a quello di violenza di genere, diventando un esempio di cyberbullismo e prevaricazione, uno strumento di esclusione sociale, agito con intenzioni diverse da quella della “vendetta”relazionale.

 

QUALI POSSIBILI INTERVENTI?

Per poter intervenire, come adulti che si occupano della crescita e del benessere dei ragazzi, è necessario porsi degli interrogativi sul valore che “il virtuale” assume nelle loro vite, senza demonizzarlo, ma indagando i “modi” e le posizioni personali assunte nella relazione con l’altro all’interno di questa dimensione e le ricadute pragmatiche che si generano per sé e per gli altri.

Ecco allora che l’intervento delle famiglie, dei docenti, degli psicologi o dei pari stessi non può essere racchiuso nel mero passaggio di informazioni sui pericoli del web o delle conseguenze che le condotte offensive virtuali possono avere per sé e per gli altri (che spesso i ragazzi conoscono già), ma è necessario innescare un cambiamento che promuova responsabilizzazione, che fornisca loro una forma mentis consapevole e rispettosa e le competenze necessarie per anticipare e gestire le implicazione delle proprie scelte ed azioni online.

Questo è possibile portando i ragazzi ad assumere il “comportamento violento” come un “modo” di entrare in interazione con gli altri, uno dei tanti possibili, a partire dalle loro competenti anticipazioni e dalle loro intenzioni (e necessariamente ci sono delle intenzioni come ad esempio il “farsi vedere” dal leader di un certo gruppo, o sceglierebbero un altro modo di relazionarsi). 

Nel lavoro con i giovani allora, proporre il tema della comunicazione digitale diventa una strategia per poter calare l’intervento all’interno di un contenuto per loro quotidiano che sia alla base delle loro interazioni, per poter innescare dei ragionamenti, promuovere il loro senso critico e mobilitare le loro risorse personali rispetto al tema della relazione e della violenza.

Di questo mi occupo come professionista all’interno delle scuole, lavorando con i ragazzi per renderli cittadini responsabili e competenti della comunità virtuale che abitano e che funge loro da palcoscenico dove costruire e mettere alla prova la loro identità.

 

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